IL REDENTORE
A Venezia si arriva dall’acqua e forse per questo sembra sempre di giungere in un luogo che non era previsto. Pioveva. Pioveva sul vaporetto, sui tetti, sulle persone che camminavano in fretta. Pioveva dentro l’acqua. A San Marco cadeva un temporale e, allo stesso tempo, la città si preparava alla festa. La sera c’erano tovaglie bianche, bicchieri sui tavoli, persone eleganti. C’era quell’attesa che hanno le cose quando stanno per accadere.
Poi, un boato. E tutti con la testa alzata. I fuochi su Venezia fanno una cosa strana: per un momento non si guarda più Venezia, si guarda la luce che le cade addosso, sui palazzi, sull’acqua, sui volti delle persone. Ai tavoli avevano smesso di mangiare. Erano lì, composti, uno accanto all’altro, con la cena davanti e lo sguardo altrove. Decine di persone immobili a guardare la stessa cosa. Quasi non succede più.
Poi i fuochi finirono e la laguna cominciò a muoversi. Prima una barca, poi dieci, poi cento. Piccole luci sull’acqua, motori, voci, musica che arrivava da qualche parte. Un disordine meraviglioso. C’erano famiglie, amici stretti nelle barche, qualcuno cantava, qualcuno beveva, qualcuno semplicemente tornava a casa.
Fino a quel momento era stato il Redentore. Adesso era Venezia. Quella che dopo la festa torna a casa, che ha sonno, che ride, che porta gli amici sulla stessa barca, che attraversa il buio con una piccola luce accesa.
Si arriva per vedere i fuochi e si resta per guardare le persone. Forse le feste servono anche a questo: per qualche ora mettono tutti nello stesso posto, sotto lo stesso cielo. Poi il cielo si spegne e ognuno torna alla propria vita. Quella notte, a Venezia, le vite tornavano a casa sull’acqua. Ed erano più belle dei fuochi.
